AGCOM e l’infrastruttura che non capisce: perché il caso Cloudflare è una figuraccia per il digitale italiano
- Gennaio 10, 2026
- Posted by: Andrea
- Categoria: Cloud, Cybersecurity, Innovazione, Sicurezza Informatica
La sanzione da oltre 14 milioni di euro inflitta da AGCOM a Cloudflare nel quadro del sistema Piracy Shield è stata presentata come una misura forte contro la pirateria online. In realtà, analizzando il caso dal punto di vista tecnico e normativo, emerge un problema molto più serio: l’Autorità sta intervenendo su livelli infrastrutturali della rete con strumenti pensati per colpire i contenuti, producendo un corto circuito regolatorio che rischia di danneggiare l’intero ecosistema digitale italiano.
Questa vicenda non riguarda solo Cloudflare. Riguarda il modo in cui l’Italia sta cercando di governare Internet, estendendo obblighi amministrativi a soggetti che operano come fornitori di DNS, CDN e sicurezza, cioè come nodi fondamentali dell’architettura di rete globale.
Cloudflare non è un sito: è un’infrastruttura di rete
Cloudflare non è un hosting di contenuti, non è una piattaforma di streaming e non pubblica materiale protetto da copyright. È uno dei principali provider mondiali di servizi di rete: DNS pubblico (1.1.1.1), Content Delivery Network, protezione da attacchi DDoS, firewall applicativi, mitigazione bot e servizi di performance. Migliaia di siti web, e-commerce, portali editoriali e applicazioni online in Italia dipendono ogni giorno da Cloudflare per restare online e sicuri.
Attribuire a un operatore infrastrutturale la responsabilità dei contenuti che transitano sulla sua rete significa ignorare una distinzione tecnica di base tra trasporto dei dati e pubblicazione delle informazioni. È come ritenere l’autostrada responsabile di ciò che viene trasportato sui camion. Nel contesto di Internet questo errore produce conseguenze immediate e misurabili.
Piracy Shield e il rischio strutturale di overblocking
Il sistema Piracy Shield impone ai soggetti coinvolti di bloccare in tempi molto rapidi indirizzi IP e nomi di dominio segnalati come coinvolti nella diffusione di contenuti pirata. A livello di DNS e CDN questo meccanismo introduce un problema noto: l’overblocking. Oggi un singolo indirizzo IP può ospitare decine o centinaia di siti web diversi tramite hosting condiviso, reverse proxy o reti di distribuzione dei contenuti.
Quando un IP o un dominio viene bloccato a monte, tutti i servizi che lo utilizzano vengono colpiti, anche se perfettamente legittimi. Questo non è un effetto collaterale raro: è una conseguenza tecnica prevedibile dei sistemi di filtraggio infrastrutturale. In assenza di controlli giudiziari preventivi, tracciabilità delle segnalazioni e meccanismi rapidi di correzione degli errori, il rischio di danni a imprese e utenti è concreto.
La reazione di Cloudflare e il tema del rischio Paese digitale
Cloudflare ha dichiarato che potrebbe ridurre o interrompere servizi gratuiti, rimuovere server dal territorio italiano e sospendere iniziative pro bono, inclusi progetti legati a grandi eventi come Milano-Cortina 2026. Al di là dei toni, questo è il comportamento tipico di un operatore globale quando il quadro regolatorio diventa instabile o tecnicamente rischioso.
Nel settore delle infrastrutture digitali questo si traduce in un concetto molto preciso: rischio Paese. Se un’autorità nazionale impone obblighi difficili da rispettare senza creare danni collaterali e senza adeguate garanzie procedurali, quel Paese viene classificato come ambiente operativo ad alto rischio. Questo ha effetti diretti sugli investimenti, sulla presenza di data center, sulla disponibilità di servizi di rete avanzati e sulla resilienza dell’ecosistema digitale locale.
Un problema di competenza nella regolazione di Internet
Il caso Cloudflare mostra qualcosa di ancora più preoccupante della multa in sé: una carenza di comprensione tecnica nel modo in cui viene costruita la regolazione. Trattare DNS e CDN come se fossero semplici siti da spegnere significa non conoscere l’architettura su cui si basa il web moderno.
Questa mancanza di distinzione tra contenuto e infrastruttura non è una sfumatura teorica. È la differenza tra un intervento mirato e un’azione che può compromettere la stabilità, la sicurezza e l’affidabilità di servizi digitali legittimi. Quando chi regola non comprende pienamente ciò che regola, gli effetti negativi non sono un incidente: diventano sistemici.
Perché questo caso riguarda tutte le imprese digitali italiane
Questo non è uno scontro tra un’autorità e una multinazionale americana. È un segnale per tutte le aziende che operano online in Italia. Se l’infrastruttura di rete diventa il punto su cui si scaricano le tensioni della lotta alla pirateria, aumentano i rischi operativi per e-commerce, piattaforme SaaS, editori, marketplace e servizi digitali che dipendono da DNS e CDN per funzionare correttamente.
Un quadro regolatorio che non tiene conto dei limiti tecnici dei sistemi di rete rende il digitale italiano più fragile, meno competitivo e meno attrattivo per investimenti e innovazione. È questo il vero danno potenziale del caso AGCOM–Cloudflare, ben oltre la singola sanzione.
Se gestisci un sito, un e-commerce o una piattaforma online che utilizza servizi di CDN, DNS o sicurezza, comprendere questi meccanismi è oggi una necessità strategica, non una questione teorica.
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