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ChatGPT e pubblicità: rischi, opportunità e impatto per aziende e inserzionisti

ChatGPT e pubblicità: rischi, opportunità e impatto per aziende e inserzionisti

Negli ultimi giorni si è riacceso il dibattito su una possibile apertura di ChatGPT ai contenuti sponsorizzati. Non si parla di annunci tradizionali, ma di un’ipotesi più sottile e, proprio per questo, più delicata: l’influenza degli inserzionisti all’interno delle risposte generate dall’intelligenza artificiale.

Al momento non esistono conferme ufficiali su implementazioni operative. Tuttavia, fermarsi al “se accadrà o meno” rischia di far perdere di vista la questione centrale: cosa succede quando uno strumento percepito come neutrale inizia a convivere con logiche commerciali?

ChatGPT non è un motore di ricerca, ed è questo il vero spartiacque

Il paragone con Google è fuorviante. Un motore di ricerca restituisce una pluralità di risultati e rende visibile, nel bene e nel male, la distinzione tra contenuti organici e sponsorizzati. ChatGPT, invece, fornisce una risposta unica, coerente, spesso percepita come definitiva.

Questo cambia completamente il rapporto tra utente e informazione. Una risposta generata da un chatbot non viene valutata come un’opzione tra tante, ma come una sintesi autorevole. È qui che l’eventuale presenza di interessi commerciali diventa un tema strutturale e non semplicemente etico.

Il rischio non è la pubblicità, ma la perdita di fiducia

Nel marketing digitale la pubblicità non è il problema. Il problema nasce quando viene inserita in un contesto che non è progettato per renderla riconoscibile. ChatGPT viene usato per informarsi, studiare, prendere decisioni, orientare scelte professionali e personali.

Se l’utente inizia anche solo a sospettare che una risposta possa essere influenzata da chi paga di più, il danno non è nella singola risposta, ma nella relazione. La fiducia, una volta incrinata, è difficilissima da ricostruire. Ed è proprio la fiducia il vero asset di questi strumenti.

Il lato meno raccontato: per gli inserzionisti è un’opportunità enorme

Detto questo, ignorare il potenziale positivo per gli inserzionisti sarebbe miope. Se gestita con criteri di trasparenza e separazione chiara, l’integrazione di contenuti sponsorizzati in un contesto conversazionale rappresenta una delle più grandi evoluzioni dell’advertising digitale degli ultimi anni.

Per la prima volta, i brand potrebbero intercettare l’utente non mentre “cerca qualcosa”, ma mentre sta ragionando. Non durante una query secca, ma nel mezzo di un processo cognitivo. È un cambio di paradigma radicale: dall’intercettazione dell’intento alla partecipazione alla conversazione.

Per gli inserzionisti questo significa poter offrire valore contestuale, soluzioni pertinenti, approfondimenti realmente utili, superando il modello dell’annuncio invasivo. Se ben regolato, l’advertising conversazionale potrebbe diventare meno rumoroso, più mirato e potenzialmente più etico di molte forme di advertising attuali.

Il confine sottile tra supporto e manipolazione

Il punto critico resta uno solo: il confine. Suggerire uno strumento, un servizio o una risorsa sponsorizzata può essere utile. Orientare una risposta in modo invisibile, no. La differenza non è tecnica, ma culturale.

Se ChatGPT dovesse evolvere in questa direzione, la vera sfida non sarà monetizzare, ma farlo senza snaturare il ruolo dello strumento. Perché un’AI che perde autorevolezza smette di essere utile sia per gli utenti sia, paradossalmente, per gli stessi inserzionisti.

Conclusione: trasparenza come unico compromesso possibile

Il futuro dell’AI conversazionale non si gioca sulla presenza o assenza di pubblicità, ma sulla sua gestione. Qualsiasi integrazione commerciale dovrà essere dichiarata, distinguibile e controllabile. Non per moralismo, ma per sostenibilità del modello.

Se l’AI diventerà un nuovo spazio di mediazione tra persone, informazioni e brand, allora serviranno regole nuove, più chiare e più mature. In caso contrario, rischiamo di assistere all’ennesima tecnologia promettente che perde credibilità proprio nel momento in cui diventa centrale.

E nel digitale, la credibilità è sempre il primo asset a saltare.

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